La salvezza è dono e impegno d’amore

Entrate per la porta strettaIl commento al Vangelo della Domenica a cura di don Tonino Sgrò
«Signore, sono pochi quelli che si salvano?». La domanda sulla salvezza oggi è meno diffusa e sentita di ieri, perché molti battezzati vivono come se Dio non esistesse, come se l’insegnamento di Gesù sulla sorte finale dell’uomo fosse l’ultima delle preoccupazioni. Eppure arriva il momento in cui almeno l’interrogativo sul senso della vita diventa ineludibile, spesso in conseguenza di eventi tragici, e ciò può favorire l’apertura a Qualcuno che ti tiri fuori dalle sabbie mobili del dolore e del non senso, suscitando quindi il desiderio di essere in qualche modo salvato.

Tale itinerario si compie quando nella coscienza del soggetto il volto del Salvatore coincide con quello di Cristo, ma affinché ciò accada sono necessarie due condizioni: la ricerca della verità da parte del singolo e la buona testimonianza di fede dei credenti. L’anelito alla verità suppone a sua volta la disponibilità ad ascoltare la parola del Maestro, che chiede lo sforzo di «entrare per la porta stretta». Dunque la salvezza è opera dell’uomo, frutto delle sue fatiche? La metafora della porta suggerisce che intanto essa non è né costruita né aperta dell’uomo, il quale la riceve come un dono che si schiude dinanzi a sé.
La porta è la rottura della continuità di un muro e immette in una nuova realtà; se ci credi, essa ti apre un varco nel non senso e nella durezza dell’esistenza contro cui ti sei scontrato. È a questo punto che interviene l’iniziativa del soggetto, che è chiamato a decidere se rimanere lì dove si trova o andare oltre, se accontentarsi delle verità parziali che ha raccolto nel corso della vita o accedere a una verità superiore che può essere solo rivelata. La spinta a fare il passo in avanti è data dalla testimonianza di altri che hanno già o stanno varcando la porta, dal vedere la lotta di tanti che sono mossi nella vita dall’unica speranza di contemplare quel volto, per il quale sopportano ogni fatica e trovano la forza di rialzarsi da ogni caduta.
Comprendiamo allora come lo sforzo di cui parla Gesù sia prima di tutto impegno di contemplazione e poi di azione; solo chi sogna l’incontro con Dio, lo alimenta costantemente con la preghiera e lo vive anticipatamente nelle occasioni che la grazia dispone, potrà essere ammesso al banchetto eterno. Due sono però gli ostacoli: la porta è stretta e ad un certo punto essa viene chiusa. Perché è stretta? Stretta perché è Cristo la porta, il mediatore; da Lui bisogna passare, e questo implica il restringimento del proprio ‘io’ per assumere l’’io’ di Gesù, l’umiltà di lasciare spazio a un altro, passando da una gestione autonoma a una ‘condivisa’ della vita. D’altra parte, anche il Figlio si è ristretto, anzi svuotato della divinità per assumere la condizione umana, insegnandoci che la relazione d’amore ti trasforma, ti rende piccolo per poter accogliere una realtà diversa da te.
Ancora, perché la porta si chiude? Notiamo che ciò accade «quando il padrone di casa si alzerà»; essendo qui usato il verbo della risurrezione, l’evangelista potrebbe indicare che il Risorto inaugura i tempi nuovi, nei quali viviamo ‘già e non ancora’ completamente, per cui il tempo terreno sta per chiudersi e dobbiamo affrettare la conversione. Se ognuno pensasse di avere un tempo indefinito per fare il bene, o addirittura che la condotta fosse indifferente ai fini della salvezza perché il Signore è misericordioso con tutti, verrebbe negata la libertà umana di cercare il volto dell’amore. Se coloro che rivendicano una relazione speciale col padrone perché hanno mangiato con Lui alla mensa eucaristica e hanno ascoltato la dottrina contenuta nella sua Parola, non hanno poi trasformato questi mezzi straordinari per operare il bene in atti ordinari di giustizia, resteranno fuori dalla festa eterna.
Essi sono apostrofati come «operatori di ingiustizia», a conferma del fatto che la fede senza le opere è morta, il culto senza la giustizia non è gradito. In queste parole emerge la forza profetica dell’insegnamento di Gesù, che come e più di tutti i profeti ha lottato e pagato con la morte lo sforzo di condurre l’uomo alla verità. Anche il credente è chiamato a lottare; la salvezza rimane un dono gratuito, ma l’accoglienza di essa richiede la collaborazione dell’uomo, come ricorda Agostino: «Dio, che ti ha creato senza di te, non può salvarti senza di te». L’ingresso nel regno di Dio non è garantito dall’appartenenza a una stirpe eletta o dalla ripetizione di atti di culto, bensì alla capacità di farsi «ultimi» con amore per far avanzare tanti fratelli nel cammino della vita.

Copyright © Arcidiocesi di Reggio Calabria - Bova 2019


Back to top

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, al solo fine di migliorare la navigazione. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Per leggere l'informativa estesa clicca su Leggi l'informativa.