Come la musica delle stelle

Il commento al Vangelo della Domenica a cura di don Tonino Sgrò.

La più grande rivelazione che Gesù ci ha fatto è quella di introdurci nel cuore del mistero trinitario. Il suo parlare di se stesso è scaturito sempre dalla missione affidatagli dal Padre e ha avuto come sfondo il compimento di tale missione ad opera dello Spirito. C’è una pienezza di relazione che il Figlio vive con le altre persone divine e la verità che Egli annuncia scaturisce da tale relazione, anzi coincide con essa. È consolante pensare che la verità non è un sapere nascosto ai più e accessibile solo a pochi fortunati per gentile concessione dall’alto o per particolari doti di intuito e di indagine. La verità di Dio e dell’uomo è relazione d’amore e, in quanto tale, può essere accolta unicamente da chi sceglie di vivere in comunione con la Trinità e i fratelli.

Una rivelazione così sorprendente e disarmante nella sua semplicità sbaraglia tutte le prese di posizione di chi ha fatto della differenza con gli altri il motivo di ogni presunta superiorità e pretesa. In genere le differenze hanno diviso gli uomini, li hanno fatti confliggere, portandoli anche ad eliminarsi a vicenda. Complimenti, abbiamo capito tutto! La solennità odierna ci dice invece che la diversità è principio di unità e che quest’ultima ci introduce nella verità della vita. Dunque Gesù ha da dire ai suoi discepoli «molte cose»; non rivela tutto adesso, e tale gradualità nel comunicare la verità non è altro che un atto d’amore. Infatti in questi capitoli il Maestro preannuncia le tribolazioni che i suoi avranno nel mondo, la necessità che il discepolo viva lo stesso mistero pasquale di Cristo. Egli sa bene che non siamo sempre pronti a sacrificarci e, come un illuminato pedagogo, ci conduce passo dopo passo ad affrontare l’esperienza della morte, sia fisica che spirituale. Il bambino che deve subire un intervento chirurgico viene preparato dai genitori e dai medici come se dovesse cimentarsi in un gioco; Gesù non ci sta trattando da bambini nascondendoci parte della verità, ma nella sua tenerezza non vuole metterci sulle spalle pesi insopportabili. Sarà lo Spirito a dispiegarci «tutta la verità», con le sue luci e ombre; il dono del Paràclito è per la nostra ulteriore crescita e assunzione di responsabilità. Il Figlio dona la salvezza, lo Spirito la rende attuabile in noi, il Padre la vuole per ciascuno. Lo Spirito «non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito». Da chi ode? Dal dialogo d’amore che intercorre tra il Padre e il Figlio; lo Spirito stesso è questo dialogo comunicato agli uomini. Oggi alcuni ricercatori dicono che le stelle producono onde sonore, ma a noi non è dato ascoltare la loro musica; la musica che invece nella danza d’amore della Trinità si produce viene fatta udire agli uomini mediante lo Spirito che a Pentecoste è disceso. Dovremmo presentare ai ragazzi, che ascoltano ogni genere di musica, la realtà della Trinità come la musica più bella in cui ognuno suona per l’altro e, anche se ognuna delle persone divine fa degli assoli con virtuosismi mozzafiato, tutto converge in una perfetta sinfonia. «Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà». Lo Spirito riversa nei nostri cuori tutto ciò che c’è dentro il cuore del Figlio, che è anche tutto ciò che c’è dentro il cuore del Padre. Gesù non parla di sé, ma del Padre e dello Spirito. Chi parla sempre di sé è poco docile allo Spirito, ma sta obbedendo a se stesso e al proprio bisogno di affermazione. Invece, accogliendo il dono del Paràclito, siamo noi stessi, perché viviamo al cospetto di chi ci ama. Puoi essere in un posto bellissimo, ma se sei da solo, ti sentirai triste. Lo Spirito è bellezza diffusa e condivisa che innesca dinamiche virtuose, la gioia di amare e di donare; ti insegna che chi è analfabeta nelle relazioni perché non ci crede o non si impegna abbastanza è ancora lontano dal cuore di Dio. In principio era la relazione; in medio è la relazione; alla fine saranno le relazioni che avrai costruito sulla terra, cui Dio aggiungerà il sigillo dell’eternità. E il bambino di agostiniana memoria che voleva travasare il mare in una buca oggi ci guarda e, con un sorriso benevolo, ci dice: ‘Non giudicarmi come un ingenuo; è vero che la sabbia ha subito bevuto quel goccio d’acqua che ho versato, ma almeno per un attimo ho creduto di poter trattenere il mare e poi mi sono arreso ad esso, rapito dalla sua immensità’. Usiamo per ‘giocare’ con la Trinità, come bambini che si dilettano con i genitori, il tempo che invece sprechiamo a scavare voragini per nasconderci o far cadere gli altri!

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