Siamo il frutto della pazienza di Cristo

Il commento al Vangelo a cura di don Tonino Sgrò.

Il capitolo 12 di Luca si era chiuso con l’immagine di un compromesso tra due parti in lite per evitare di comparire dinanzi al magistrato e rischiare così di subire una condanna. La giustizia umana, che l’ordine costituito si impegna ad assicurare all’interno di una comunità, a volte può apparire somma ingiustizia, specialmente se ad amministrarla è un tiranno. È ciò che accade nel fatto che viene raccontato a Gesù all’inizio di questo capitolo 13.

Alcuni Galilei, probabilmente zeloti ribelli a Roma, erano stati trucidati da Pilato che in modo sacrilego aveva mischiato il loro sangue con quello degli animali per i sacrifici. Tale evento impressionò l’opinione pubblica: perché tanta efferatezza? Ma ancor di più, quale colpa commisero agli occhi di Dio per meritare un simile castigo? La risposta di Gesù è sorprendente, perché non esprime una parola di condanna nei confronti del sanguinario (non ce n’era bisogno!), né cede alla mentalità corrente che attribuiva la casualità di un destino avverso alla colpa di chi lo subiva o dei suoi padri. Il Maestro coglie l’occasione per offrire un insegnamento sapienziale sull’urgenza della conversione. La vera morte, sembra dire Gesù, è non convertirsi. Egli offre la stessa lettura rispetto ad un altro evento di cronaca che dovette far parlare moto i suoi contemporanei, il crollo della torre di Siloe. Anche quando accadono calamità naturali si tende a cercare il colpevole, e le sciagure degli ultimi anni hanno fatto registrare gravi responsabilità sia delle istituzioni preposte al controllo e alla salvaguardia del territorio sia dei semplici cittadini, i cui stili di vita sono spesso incompatibili con il rispetto dell’ambiente. La via della giustizia umana deve individuare il colpevole, ma la sapienza divina preferisce indicare la strada della vita perché chi ha subito una perdita non soccomba al dolore e, in preda alla disperazione, non si allontani da Dio. Questa sarebbe la vera morte, una vita senza Dio, che causerebbe la perdizione eterna. Certo, siamo inclini a pensare che chi rinnega Dio perché tentato da una sofferenza insopportabile sia più giustificabile di chi deliberatamente misconosce il Signore e maltratta il fratello, ma quanto questo continuo ragionare sulla bilancia che Dio userebbe è proficuo? Perché applicare sempre criteri umani, viziati da calcoli e smania di gloria, all’agire divino? Se invece di perdere tempo a pensare ciò che dovrebbe fare Dio nell’aldiquà e nell’aldilà pensassimo a fare fatti di vangelo, il nostro agire umano profumerebbe di santità!
La parabola che segue è l’esatta illustrazione della logica divina, quella della pazienza e della misericordia. Il Signore ci chiede una conversione immediata e radicale, ma sa che i tempi del cuore umano sono lunghi e incerti. Egli ci pianta nella terreno buono della sua Chiesa, ci nutre con la linfa della grazia sacramentale e si attende frutti di carità. È suggestiva l’immagine di Dio che cerca tali frutti rovistando tra le foglie delle nostre banalità o ipocrisie. Dinanzi alla sterilità dell’albero-uomo, si rivolge al vignaiolo-Cristo che tra poco sarà il frutto unico e definitivo dell’albero della croce. Colui che sulla croce ha pazientato e perdonato intercede già presso il Padre affinché conceda ancora un anno al popolo duro di cuore e dalla vita sterile. Ancora un anno, come l’anno di grazia del Signore, perché ognuno di noi si decida a cambiare rotta. Al dono ulteriore di Dio deve corrispondere l’impegno umano finché si è in tempo in questa vita, altrimenti poi ciascuno raccoglierà ciò che avrà seminato. «Lascialo ancora» è il verbo del perdono che il Padre accorda a noi figli per amore del Figlio; ‘zappare attorno’ e ‘mettere il concime’ al terreno del nostro cuore significa usare la grazia di Cristo per tenerlo al riparo dall’erbaccia del peccato mediante la vigilanza e stimolare al contempo la crescita delle virtù. Il dolore, il male, l’ingiustizia possono renderti duro e incapace di ricevere nutrimento per vivere, oppure possono diventare luogo di trasformazione, in cui il cuore si lascia ‘lavorare’ dalla Parola e diventa fecondo, capace di rispondere al male con il bene, di andare incontro all’altro nella sua sofferenza e scorgere nel proprio dolore semi di bene. Dunque non chiediamoci il perché, ma domandiamogli come: come posso fare adesso che sono qui in questo dolore? Come posso andare avanti e portare frutto? E vedremo che ci risponderà riempiendoci con la sua presenza, smuoverà il terreno duro, lo renderà morbido e fertile, e daremo frutto.

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