Credere fa bene alla vita

Il commento al Vangelo della Domenica a cura di don Tonino Sgrò.

Noi tutti vorremmo essere persone che ce l’hanno fatta nella vita, cioè hanno trovato il senso dell’esistenza e hanno impresso una direzione precisa al loro cammino. Purtroppo a volte ci troviamo in una situazione opposta, in cui la vita sembra ti abbia gettato a terra. È la condizione del cieco Bartimeo, che versa in uno stato di prostrazione e di assoluta dipendenza dagli altri, ritrovandosi a mendicare. Cieco e mendicante.

Cieco: se gli occhi sono una finestra sul mondo, egli è impossibilitato ad affacciarsi sulla vita altrui. Mendicante: se le mani sono tese a chiedere agli altri, non è detto che qualcuno decida di entrare con generosità nella sua vita. Ciò che colpisce di Bartimeo è l’indomita voglia di rinascere; anche se la vita lo ha condannato, egli conserva la speranza di un riscatto. E finalmente passa colui che nell’immaginario del cieco è diverso da tutti. Ha sentito parlare di quell’uomo e probabilmente ha già coltivato qualche sogno di guarigione; tuttavia, se il desiderio di una rinascita non fosse stato radicato dentro di lui, mai al passaggio di Gesù avrebbe implorato pietà così strenuamente, tanto da arrestare la marcia del maestro. Marco insiste sul grido del cieco, espressione di dolore e di fede, come poi sottolineerà Gesù. Di quale fede si tratta? L’appellativo «figlio di Davide» raccoglie anzitutto le attese politico-messianiche di Israele ma anche le prerogative di misericordia attribuite al re; esso depone per una fede ancora embrionale ma perseverante, come dimostra il fatto che Bartimeo non si lasciai intimidire dal tentativo della folla di zittirlo. Questo cieco che grida dà infatti fastidio; è una spina nel fianco per coloro che vorrebbero non vedere gli scarti di una società illusoriamente poggiata sulla giustizia e sulla solidarietà; è un monito graffiante che richiama al senso di responsabilità di ciascuno verso i fratelli più sfortunati, perché al loro posto si potrebbe trovare ognuno di noi. Ma Gesù imprime un movimento del tutto diverso a questa ennesima storia di impotenza o indifferenza verso le disgrazie altrui. Il verbo ‘chiamare’, ripetuto tre volte, ci pone davanti a un racconto di vocazione, oltre che di guarigione. Anzitutto il maestro si rivolge forse alle stesse persone che prima avrebbero voluto ridurre al silenzio Bartimeo, persone cieche per scelta, non per condizione, ma adesso illuminate dalla parola di Gesù. Da qui in avanti vedremo come proprio il dire di Cristo diventa principio di rivelazione dell’uomo di fede, il quale non è altro che un illuminato dalla grazia di Dio. Gesù si è accorto di lui ed è proprio quando ti rendi conto che Dio non è indifferente al tuo dolore che inizia il movimento della fede. Anzi, è necessario prima che tu stesso ti accorga del tuo dolore e di quello degli altri, ammetta una condizione di fallimento e decida di far entrare in essa il Signore. Ed Egli entra inviandoti delle persone che ti fanno percepire la prossimità di Dio anche con una semplice parola, che è sempre un invito a non scoraggiarti e a rialzarti, altrimenti non verrebbe da Dio («Coraggio! Alzati»). In questo racconto succede che «ogni gesto sembra eccessivo, esagerato: Bartimeo non parla, grida; non si toglie il mantello, lo getta; non si alza da terra, ma balza in piedi. La fede è questo: qualcosa che moltiplica la vita» (Ermes Ronchi). Fino a quel momento il mantello era stato suolo su cui poggiare, abito da rivestire, deposito su cui far giacere i pochi spiccioli. La domanda di Gesù è un invito a non accontentarsi degli spiccioli, a sognare una vita bella perché venuta alla luce. «Che cosa vuoi che io faccia per te?» è la stessa domanda rivolta a Giacomo e Giovanni, che coltivavano sogni di gloria. Bartimeo invece chiede l’unica cosa necessaria, vedere di nuovo o ‘vedere in alto’, come potrebbe significare il verbo greco. «La fede è un ‘guardare in alto’ lui, appeso in croce per me. Lì io vedo ciò che mai avevo visto, il suo amore per me» (Silvano Fausti). Sembra paradossale, ma a volte per vedere bene hai bisogno di non vedere più niente; per accorgerti della luce hai bisogno di trovarti nelle tenebre. E da questo buio si staglia d’improvviso il profilo luminoso della croce di Cristo, meta del cammino del nuovo discepolo Bartimeo, modello di sequela e richiamo costante per chi crede di vedere, ma rimane cieco se non vuole vedere la potenza illuminante della croce. Dunque credere fa bene alla vita perché ti fa rialzare, incamminare e soprattutto non essere più solo, avendo accolto l’unica presenza necessaria, Gesù.

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