Il rischio della libertà

Il commento al Vangelo della Domenica a cura di don Tonino Sgrò.

Perché Marco racconta un incontro fallimentare tra Gesù e un tale che a Lui si avvicina? Forse perché viene semplicemente fotografato un possibile esito della relazione con Cristo che, avendo una componente pienamente umana, non si sottrae al rischio della libertà. È un atto di libertà che all’inizio l’evangelista descrive, come si deduce dal luogo in cui si svolge la scena, ossia la strada, che richiama ad un senso di apertura senza soluzioni predeterminate.

Sembrerebbe che la libertà di questo viandante sia spontaneamente consegnata a Gesù, poiché egli si getta in ginocchio dinanzi al maestro, mosso da un bisogno di verità riguardo alla propria vita. È ammirevole che un uomo cerchi il senso profondo dell’esistenza, la pienezza del proprio essere, pur pensando di dover partire da un personale ‘fare’. L’uomo difatti non può rimanere inerte e per sua natura deve sentirsi artefice dei propri sogni: poter fare ciò che piace è probabilmente una delle esperienze che più realizzano l’individuo. Tuttavia ci sono delle cose che si ricevono e basta, soprattutto quando si ‘ereditano’. L’eredità è prerogativa dei figli e un figlio è chiamato non ad inventare la vita, ma a custodirla ed accrescerla. Gesù subito orienta il desiderio di «vita eterna» del suo interlocutore al rapporto con Dio, cui solo spetta l’attribuzione della bontà. Il maestro cita i comandamenti, che «si configurano come punti di riferimento essenziali per stare nell’amore» (Gualtiero Sigismondi). Stranamente sono menzionati solo i comandamenti verso il prossimo, che però inverano il rapporto con Dio e permettono all’uomo di uscire da se stesso e da una religiosità autoreferenziale, con al vertice l’onore dovuto ai genitori, evocatore della relazione con Dio. La risposta del pellegrino suona come una dichiarazione della propria giustizia, perché «tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza». Ma è sufficiente frequentare abitualmente un ambiente, conoscere da sempre una persona per affermare di poterne cogliere il mistero? Nello sguardo d’amore di Gesù sta la risposta. È come se Cristo chiedesse: ‘Da cosa è animato il tuo seguire il Signore? Ci stai mettendo il cuore in quello che fai?’. «Una cosa sola ti manca»: se non si parte dalla percezione della propria manchevolezza dinanzi a Dio, non si progredirà mai nella sequela. Gesù dunque lo invita ad un cammino più radicale e liberante, poiché sa bene che in esso sta il segreto di una vita riuscita. Le due coppie di imperativi («va’, vendi… vieni! Seguimi!») indicano il movimento del discepolo, chiamato anzitutto al distacco dai propri beni. E questo perché l’attaccamento a ciò che si possiede non consente di aprirsi al fratello e alle cose di Dio, che richiedono la libertà del cuore, il rischio dell’amore senza che si faccia affidamento su altro. Se questo previo allontanamento non si compie, non sarà possibile avvicinarsi alla novità che il vangelo intende donare al discepolo, permettendogli una vicinanza al cuore di Cristo mai sperimentata prima. E inevitabilmente l’uomo se ne va triste, non avendo avuto il coraggio di accettare quel momentaneo vuoto che solo Gesù avrebbe riempito, preferendo colmarlo con ciò che già gli era noto, anche sul piano religioso.
Il maestro fa di questo episodio fallimentare una occasione per ricompaginare i suoi attorno alle esigenze del regno che, essendo la vera ricchezza dell’uomo, non tollera altre ricchezze. La difficoltà che i discepoli colgono e che Gesù non nasconde per entrare nella vita eterna, rivela una più grande verità: «non c’è modo di salvarsi, ma c’è modo di essere salvati» (Bruno Maggioni); ciò che è «impossibile agli uomini, è possibile a Dio». Se lasciare tutto fa paura, la promessa di Dio è la certezza che si riceverà cento volte tanto. Seguire il Signore significa aprirsi a relazioni nuove perché caratterizzate dalla libertà del dono che si moltiplica. È suggestivo osservare la successione della disgiuntiva ‘o’ riguardo alla rinuncia, volendo sottolineare che per il discepolo la perdita è una, cui prende il posto la successione della congiunzione ‘e’, che sottolinea la molteplicità di acquisizioni del seguace di Cristo. Nella sua trasparenza, Gesù non nega le persecuzioni, che provano la libertà dell’uomo e ti danno l’opportunità di ribadire il primato di Dio nella vita, ma assicura la vita eterna. Lo sguardo che penetra il discepolo costituisce un invito ad alzare il proprio sguardo perché ciò che verrà è molto più grande di ciò che si è lasciato alle spalle. A noi la responsabilità della scelta.

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