Chi sono io per giudicare l’amore?

Il commento al Vangelo della Domenica a cura di don Tonino Sgrò.

Gesù si trova in Giudea e sta ammaestrando la folla. L’insegnamento di Cristo nei vangeli è spesso descritto come espressione della sua compassione verso l’uomo, che finché non riceve la luce della verità rimane in balia dei propri erronei convincimenti. È questo il caso dei farisei, i quali non si accostano al maestro per ascoltarlo e diventare suoi discepoli, ma «per metterlo alla prova». Già al capitolo 8,11 il medesimo gruppo si era avvicinato a Gesù con questa intenzione, ma mentre prima si chiedeva un segno dal cielo, adesso la ‘prova’ viene dalla terra, da quanto di più umanamente spinoso possa accadere, un matrimonio in crisi, anzi un divorzio in atto.

I farisei vogliono conoscere l’opinione del maestro, aspettando che Egli assuma una posizione rigorista o lassista, avendo così in entrambi i casi modo di accusarlo. Poiché il Deuteronomio sanciva la facoltà del marito di ripudiare la moglie, si discuteva se tale prerogativa fosse limitata al caso di adulterio o bastasse anche una minima circostanza a giustificare la rescissione del contratto matrimoniale. La risposta di Gesù consiste in un’altra domanda, ossia un invito a non chiuderti dentro quella piccola verità che credi di aver acquisito e di poter usare per i tuoi scopi, ma a cercare direttamente lì dove la verità prende forma, nel contatto vivo con la Parola di Dio rettamente interpretata. Infatti Egli fa subito riferimento alla legge di Mosè, che consentiva il divorzio e prevedeva che la donna ricevesse la lettera di ripudio, documento che tutelava i suoi diritti, perché le permetteva di risposarsi senza dover ricorrere alla prostituzione o all’accattonaggio per sopravvivere. Tuttavia Cristo spiega che tale concessione fu dovuta alla «durezza del vostro cuore», all’incapacità dell’uomo di vivere il progetto originario di Dio, che invece «ha congiunto» per sempre due persone che si amano.
«Gesù si oppone alla strumentalizzazione della disposizione mosaica, svelandone il carattere provvisorio, e pone invece il problema sul piano della relazione con Dio e con l’altra persona» (Luciano Manicardi). Dio, che nella Bibbia si presenta come uno sposo che ha fatto alleanza con l’uomo, mostrandogli il suo volto fedele e misericordioso, si pone come garante dell’alleanza matrimoniale, che riceve così non solo un modello di amore e perdono cui ispirarsi, ma l’intrinseca possibilità di resistere alla sfida del tempo. Non è la buona volontà dei coniugi a salvare l’unione, bensì il progetto del Creatore, che ha voluto l’indissolubilità del patto coniugale e propone ai due di vivere da discepoli che seguono Cristo, fonte dell’amore. Solo così le croci della vita matrimoniale non saranno motivo di divisione, ma l’occasione per purificare e intensificare la sequela, perché è unicamente nel nome di Gesù che l’amore sopporta lo sforzo e persino le offese.
E cosa diciamo a coloro che la separazione l’hanno subita e che hanno trovato in un’altra persona un amore sincero e duraturo? Possiamo dire che questo amore non è benedetto da Dio? Qualsiasi risposta deve tener conto della parola di Gesù: «l’uomo non divida quello che Dio ha congiunto», poiché quando ci si sposa nel Signore si ricevono tutte le energie spirituali per portare avanti il matrimonio, essendo diventati «una sola carne». Se ciò non accade, significa che non ci si è sposati nel Signore o uno dei due ‘ha ucciso’ l’amore: «separare una cosa inanimata significa dimezzarla. Separare un vivente significa ucciderlo. Rompere l’unione tra maschio e femmina è uccidere la loro vita, che è l’amore» (Silvano Fausti). Quindi chi si è rifatto una vita ‘vive nel peccato’? Come l’amore può essere tacciato di peccaminosità? Il vangelo subito dopo ci riporta ai bambini, frutto dell’amore di Dio e spesso anche dell’amore di un uomo e una donna che vivono una situazione cosiddetta ‘irregolare’. Gesù li accarezza, come i loro genitori. Accarezzare è in fondo unirsi a un’altra persona, estendersi oltre se stessi fino a incontrare l’altro ed entrare in comunione con lui. Se non è possibile vivere un contatto sacramentale con Dio e con la comunità, ci sono altri modi per ‘accarezzare’ e lasciarsi accarezzare da essi. Ciò che importa è imparare dai bambini, che vivono della relazione col Padre. Se anche tu vivi di questa relazione, pur trovandoti in uno stato di vita incompiuto o fragile, nessuno potrà permettersi di giudicare l’amore quando non appare perfetto! Guardare ai bambini, inoltre, ci può guarire dall’amore ‘malato’: loro non hanno paura del ‘per sempre’, di fidarsi, di donarsi.

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