La fatica di cercare una strada

La fatica di cercare una stradaIl commento alla Parola della Domenica a cura di don Stefano Ripepi
“Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura, che la diritta via era smarrita”, inizia così la Divina Commedia, dove Dante prende coscienza della sua paura e della sua ricerca di qualcuno che lo aiuti a riprendere il cammino indicandogli la strada giusta. È la sensazione dell’uomo nel difficile cammino della vita, già testimoniata all’interno della storia della salvezza: Abramo, Mosè, il Salmista (Cfr. Sl 27) e i discepoli.

Nell’andare verso se stesso e verso il luogo che Dio gli ha indicato il patriarca, affronta le contrarietà e, nonostante le rassicurazioni di Dio riguardo alle promesse, sente il bisogno di chiedere al Signore: “Signore mio Dio, come potrò sapere che ne avrò possesso?”. Questa richiesta non tradisce la mancanza di fede, anzi, rivela il sentimento dell’uomo che prende coscienza che questo tipo di conferma non può trovarla dentro di sé e sente la necessità di chiedere un “segno” al suo Compagno di viaggio.
In una situazione simile si trovano i discepoli mentre stanno seguendo il Maestro: le cose si sono complicate, l’annuncio della passione ha portato paura e confusione, tanto da non avere più il coraggio di fare domande. Il bisogno che diventa richiesta silente viene colto da Gesù che prende con sé i tre discepoli e sale sul monte a pregare. Ed è proprio in questo luogo che accade qualcosa che funge da risposta alla ricerca. Con questo brano il percorso quaresimale sazia la fame dell’uomo di oggi che facendo sue le parole del salmo chiede a Dio di non nascondere il suo volto, perché più che mai l’uomo desidera vedere il volto della misericordia di Dio. Il brano della Trasfigurazione è riportato dai tutti i vangeli sinottici, sostanzialmente il contenuto narrativo è lo stesso, ma le sfumature ci permettono di cogliere riferimenti diversi dell’Antico Testamento, e attraverso il loro significato teologico entrare nella pienezza della verità.
Rispetto a Marco e Matteo, Luca non solo evita di parlare di “Trasfigurazione”, ma nel suo raccontare la manifestazione si concentra su tre termini: volto, esodo e gloria. In questo modo chiede al suo lettore di ritornare ad alcuni passi dell’Antico Testamento per acquisire delle informazioni che diventano necessarie per la comprensione dell’avvenimento. Il riferimento generale è il libro dell’Esodo e il cammino del popolo d’Israele nel deserto, in modo più specifico l’attenzione è posta sul capitolo 34 dello stesso libro e sul salmo 27. In questi spazi testuali, infatti, ritroviamo non solo non solo i tre temi già citati ma anche quelli della tenda e del monte.
Il peccato del vitello d’oro aveva interrotto il cammino, l’intercessione di Mosè ha evitato la distruzione del popolo e Dio ha chiesto al suo servo di far salire il popolo nella terra promessa. A questa richiesta Mosè prova un senso di smarrimento, si sente perso, e chiede a Dio un “Compagno di viaggio” e l’indicazione della via. Il Signore accoglie la richiesta e assicura: “Il mio volto camminerà con voi”. Mosè ha bisogno di essere rassicurato nella sua missione, essere garantito davanti al popolo e davanti alle nazioni: “Come si saprà dunque che ho trovato grazia ai tuoi occhi, io e il tuo popolo, se non per il fatto che tu cammini con noi?”. E aggiunge: “Mostrami la tua gloria”. Dio risponde: “Farò passare davanti a te tutta la mia bontà e proclamerò il mio nome, Signore, davanti a te. A chi vorrò fare grazia, farò grazia, di chi vorrò avere misericordia, avrò misericordia. Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessuno può vedermi e restare vivo”. Mosè taglia le tavole di pietra e si prepara all’incontro: “Allora il Signore scese nella nube, passò davanti a lui proclamando: Il Signore, il Signore Dio misericordioso e pietoso lento all’ira e ricco di amore e fedeltà”. Dopo questo Dio dà a Mosè e al popolo le “Parole dell’alleanza” come garanzia per la loro affidabilità, come segno della sua presenza in mezzo al popolo come testimonianza per le nazioni.
Luca ci narra la rivelazione del volto misericordioso di Dio in Gesù Cristo, se Mosè aveva potuto cogliere la gloria di Dio solo attraverso il dono della legge e tenerla come testimonianza, per Pietro e gli altri due discepoli in Cristo è stata tolta la barriera, e nel volto che cambia d’aspetto, vedono la sua gloria, cioè la sua identità. In un primo momento Pietro non comprende la manifestazione e tenta di racchiudere in una tenda umana la gloria di Dio. La nube che li copre è un’eco della parola che Dio dice a Davide: “Il Signore ti annuncia che farà a te una casa” (2Sam 7,11), e le parole che pronuncia la voce confermano e sintetizzano la rivelazione a Mosè e la promessa a Davide: “Questo è il mio Figlio, l’eletto, ascoltatelo!”. Diventano Parola definitiva di Dio che sostituisce la legge, garantisce la testimonianza, l’eletto di Dio da cui nasce il nuovo popolo, la via e il compagno che ci conduce alla vita eterna attraverso la sua morte e risurrezione. La misericordia che Dio aveva proclamato davanti a Mosè è diventata realtà concreta in Gesù Cristo. In lui in modo esclusivo, “Appena la voce cessò, Gesù resto solo”, possiamo cogliere l’identità del Padre, perché solo nella Paternità si rivela la misericordia.

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