La misericordia è gioia

La gioia di stare insiemeIl commento alla Parola della Domenica a cura di don Stefano Ripepi
“Ma quando giunse la pienezza del tempo, Dio inviò suo Figlio, nato da donna, nato sotto la legge, per riscattare quelli che erano sotto la legge, affinché ricevessimo l’adozione a figli” (Gal 4,4-5). Quando parliamo di gioia e misericordia nella Bibbia, non possiamo non considerare il contenuto di questo passo, dove l’amore del Padre giunge a noi attraverso il Figlio e noi possiamo sperimentare la misericordia della paternità. La gioia e la misericordia, infatti, caratterizzano il tema della terza domenica del tempo ordinario.

La lettura di Nemia ci presenta il popolo che, tornato dall’esilio, decide che la via da seguire è quella della legge divina. Proclamando questa legge inizia una nuova vita, smettere di guardare al passato, contrassegnato dal male, si guarda attraverso la parola di Dio al futuro, e questo è possibile perché, nel momento in cui si proclama la parola, il Signore è presente (“s’inginocchiarono e si prostrarono con la faccia a terra dinanzi al Signore”), è la sua gioia diventa la loro forza.
La gioia è uno dei temi che caratterizza il vangelo di Luca, l’evangelista lo propone a tutti gli amanti di Dio perché si possano rendere conto della solidità degli insegnamenti ricevuti. La gioia che gli angeli avevano annunciato ai pastori per la nascita del Salvatore si manifesta nella sinagoga di Nazareth in cui Luca vuole dare avvio al ministero pubblico di Gesù. Quasi a voler rispettare la pedagogia e la coerenza del Padre, il Figlio nella “casa della Parola” legge se stesso con parole umane perché il verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi. Il testo profetico proclamato non rispecchia perfettamente il passo di Isaia 61,1-2: la citazione fa riferimento al testo della LXX, dove si parla del “Dono della vista ai ciechi” (assente nel Testo Masoretico), tralascia “Fasciare i cuori spezzati”, riporta la ”Liberazione degli oppressi” che in senso letterale è presente in Isaia 58,6, e termina facendo riferimento all’anno di grazia (Lv 25).
Si è parlato tanto sul perché la citazione di Isaia venga troncata nel momento in cui si parla di “Giorno di vendetta del nostro Dio”, sono state proposte tante interpretazioni, tra le tante quella di Benedetto XVI sembra quella più utile per vivere l’“Anno della Misericordia”: «Ascoltiamo con gioia l’annuncio dell’anno della Misericordia, la misericordia divina pone un limite al male. Gesù Cristo è la misericordia divina in persona, incontrare Cristo significa incontrare la misericordia di Dio. Ma cosa vuol dire Isaia quando annuncia “Il giorno di vendetta per il nostro Dio?” Gesù a Nazareth, nella sua lettura del testo profetico, non ha pronunciato queste parole, ha concluso annunciando l’anno della misericordia. Il Signore ha offerto un commento autentico a queste parole con la morte in croce. La misericordia di Cristo non è una grazia a buon mercato, non suppone la banalizzazione del male. Cristo porta nel suo corpo e nella sua anima il peso del male, tutta la sua forza distruttiva. Egli brucia e trasforma il male nella sofferenza, nel fuoco del suo amore sofferente. Il giorno della vendetta e l’anno della misericordia coincidono nel mistero pasquale, nel Cristo morto e risorto. Questa è la vendetta di Dio, egli stesso nella persona del Figlio, soffre per noi. Quanto più siamo toccati dalla misericordia del Signore, tanto più entriamo in solidarietà con la sua sofferenza – diventiamo disponibili a completare nella nostra carne “Quello che manca ai patimenti di Cristo” (Col 1,24)».
Il nome dell’unto del Signore e la menzione dell’anno giubilare annunciano insieme il compimento definitivo della volontà di Dio: “Oggi per voi si è adempiuta questa scrittura che voi avete udito”. Il compimento visibile della scrittura è avvenuto in occasione del Battesimo di Gesù, ora con l’annuncio, proclamare pubblicamente indica che la salvezza entra in vigore con la parola, la notizia viene fatta ascoltare. Il testo di Isaia viene usato per illustrare la missione messianica di Gesù, la sua attività è presentata alla luce dell’anno giubilare di grazia. Questa istituzione anticotestamentaria, forse mai attuata, viene riletta da Isaia come un tempo di benevolenza, misericordia e salvezza offerte da Dio. Nell’anno giubilare, la terra, il dono del Padre ai figli, deve essere ridistribuita tra i fratelli, questa è la condizione contenuta nella promessa, diversamente non c’è che la via dell’esilio. Gesù realizza l’anno sabbatico definitivo, compimento della creazione di Dio, con la sua presenza ci annuncia che la Paternità si vive nel concreto nella fraternità, e che la fede nel Figlio di Dio diventa giustizia tra gli uomini. La sua parola non è un commento alla promessa di Dio, è il “Vangelo”, la buona notizia che è venuta tra noi e, colui che la realizza, adempierla significa percorrere la via che va dalla scrittura alla storia, dalla promessa alla realizzazione. Gli uditori si trovano davanti a colui che compie la promessa, la scrittura si realizza oggi nelle orecchie di chi ascolta.

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