La sapienza di Dio supera il pensiero e la logica umana

DioeadamoIl Vangelo della Domenica a cura di don Stefano Ripepi
Nel momento in cui l’’uomo si è ribellato a Dio il male e la morte entrano nella vita dell’uomo e ognuno li sperimenta, ne fa esperienza come vittima poiché le conseguenze del peccato toccano nella carne l’umanità ponendola davanti a una nuova dimensione: l’uomo può fare male all’uomo; ne fa esperienza come “continuatore” di quel male che trova nell’uomo stesso l’unico strumento di estensione, di crescita e di sopravvivenza.

La Bibbia non è un racconto di questo male, ma il racconto del bene che si oppone al male, il racconto dell’amore di Dio contro il male, il racconto di Dio che coinvolge l’uomo in questa missione. Nel raccontare il bene, la Bibbia entra nelle pieghe del male ne svela la potenza, i segreti e i mezzi di sopravvivenza. Il bene nasce prima del male, Dio stesso lo riconosce come tale nella creazione, la somma bontà viene indicata nella creazione dell’umanità stessa: “Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona” (Gen 1,31), Dio stesso affida il compito della bontà quando lo crea, nell’espressione ”facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra somiglianza”, infatti c’è la consegna della bontà e nello stesso tempo il compito di completarla pienamente attraverso la realizzazione della somiglianza.
Il tema della bontà viene declinato dai diversi autori della Bibbia, e nei diversi momenti della storia della salvezza, in vari modi mantenendo la natura di ordine-invito-vocazione, tra i più familiari abbiamo: regno di Dio, vita eterna, eredità, beatitudine, tesoro in cielo. Tra tutti i termini che fanno riferimento alla ricerca della bontà di Dio e alla realizzazione della somiglianza ci sono anche santità e perfezione di cui ci parla la VII domenica del tempo ordinario di questo anno liturgico: “Siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono santo”; “Siate voi dunque perfetti com’è perfetto il Padre vostro celeste”. Queste due esortazioni s’innestano nel pensiero originario di Dio e lo prolungano a nostro favore, poiché il “come” e il “perché io” corrispondono a “secondo la nostra somiglianza”. Nella ricerca della comprensione e dell’esecuzione di questi comandi ci scontriamo con il paradosso della vita cristiana che ci rivela la differenza tra la logica divina e quella umana, a volte questo scarto è talmente grande e sconvolgente che richiede uno sforzo sovrannaturale per superare la tentazione di sostituire il pensiero umano alla sapienza divina.
La santità e la perfezione sono gli estremi di una volontà divina che ha come segmento il cammino salvifico dell’uomo stesso. Secondo la logica umana nel momento in cui Dio ci chiede di diventare santi richiamando la sua santità ci saremmo aspettati un’indicazione esecutiva riferente alla relazione verticale, quella tra Dio e l’uomo, in realtà le indicazioni si concentrano sulla relazione orizzontale, il rapporto con il fratello. Se da una parte viene condannato l’odio e il rancore verso il prossimo dall’altra c’è una corrispondenza perfetta tra “non ti caricherai di un peccato per lui” e “amerai il prossimo tuo come te stesso”, sembra quasi che l’unico modo per evitare il peccato e diventare santi sia l’amore verso il prossimo.
Questo discorso viene ripresi da Gesù nel discorso della montagna riportato nel vangelo di Matteo, c’è una inclusione tra “beati” che inizia il discorso e la parte conclusiva delle antitesi, in cui Gesù ci dice che la felicità che Dio è venuto a condividere con noi attraverso il suo Figlio si può raggiungere solo attraverso un cammino di perfezione che ha come meta il Padre. Questo percorso che si sintetizza nella formula sintetica “superare la giustizia degli scribi e dei farisei”, viene tracciato da Gesù attraverso le antitesi, “Avete inteso che fu detto… ma io vi dico”. Come nella santità così nella perfezione, le cinque antitesi si concentrano sul comandamento dell’amore verso il prossimo, in particolare le ultime antitesi riprendono il passo del Levitico e lo rileggono attraverso la persona di Gesù. L’interesse di ogni lettore si dovrebbe concentrare sulla tensione testuale presente nella prima obiezione di Gesù: “ma io vi dico di non opporvi (di non resistere) al malvagio”, l’espressione infatti, chiede una particolare attenzione, poiché la sua interpretazione risulta difficile. Sicuramente quello che viene dopo ci aiuta a capire la linea della giusta interpretazione, “non resistere al maligno” significa non rispondere al male con il male, ma rispondere al male con il bene (Cfr. Rom 12,9-21), ma la domanda che rimane appesa è: “Perché?”. Gesù sta cercando di farci capire che Dio ha affidato all’uomo il dono della bontà, questo dono per crescere ha bisogno di nutrirsi, e si nutre della risposta dell’uomo, se l’uomo agisce bene la bontà nella comunità cresce e si espande, altrimenti si ferma, così il male si nutre di male, la vendetta, l’odio il rancore servono solo a nutrire il male a dargli energia. Se vogliamo eliminare il male dobbiamo privarlo del cibo di cui si nutre. In questo percorso abbiamo in riferimento continuo: Il Padre a la sua bontà incondizionata, la bontà di Dio si riversa anche sugli ingiusti non per premiarli del loro male, ma per arrestare la crescita del male e per alienarlo. L’atteggiamento di “perfezione” che ha come riferimento Dio non è una semplice imitazione ma la natura stessa della vocazione umana che vede la primizia del compimento Gesù Cristo quando sulla croce vince la morte con la sua morte.

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