Attendere e camminare, l’impegno del credente

attesaIl commento al Vangelo della Domenica a cura di don Stefano Ripepi
Viviamo in un tempo che scorre, che non possiamo fermare, legato alla nostra vita più di quanto possiamo immaginare, quasi che pensare al tempo significhi pensare alla nostra stessa vita. Abitiamo uno spazio che solo in parte possiamo modificare, soggiogare, ma che continuamente ci ricorda che non possiamo andare al di là dei suoi limiti, dei nostri limiti che Qualcuno ha fissato e che non rispettare significa mettere in pericolo la vita che è stata concepita per occupare quello spazio.

In questo spazio e in questo tempo inizia un nuovo anno liturgico, non nuovo perché siamo diversi dall’anno precedente, ma perché Qualcuno entrando in questo spazio e in questo tempo lo riempie della sua eterna novità: “Ma quando giunse la pienezza del tempo, Dio inviò il Figlio suo, nato da donna nato sotto la legge” (Gal 4,4). Il punto di partenza, ma anche il punto di arrivo di qualcosa che scorre per noi è sempre Dio, nella logica della sua pedagogia l’inizio non è caratterizzato da una presenza ma da un’assenza, l’assenza di colui che ha creato lo spazio il tempo e si è ritirato per dare all’uomo la possibilità di potersi sperimentare mancante, la possibilità di ricercare il suo stesso andare. L’assenza di colui che ha redento lo spazio e il tempo ed è asceso al cielo per dare al credente l’opportunità dello spazio-fede, in cui sperimentare la libertà dell’accoglienza e della conversione. È il periodo di avvento, in cui il tempo ha un nome nuovo: l’attesa. Qui in questo spazio e in questo tempo che cerchiamo con frenesia di riempire è necessario che rimanga un vuoto che dia significato a ogni altro pieno e per questo motivo deve rimanere tale, perché solo “il veniente” lo possa occupare, qui e ora in questo vuoto è data la possibilità anche alla nostra libertà di aspettare ma soprattutto alla sua bontà di arrivare.
È questa lo logica dell’amore, nell’attesa Gesù viene per riempire e per prendere, viene per riempire, per portare ciò che manca come ci istruiscono bene le parole del profeta Isaia, egli ci invita a far corrispondere l’attesa alla venuta dell’azione salvifica di Dio con l’andare. Andare al monte del Signore, alla città di Gerusalemme, perché in quel luogo il Signore viene ad indicare le sue vie, da lì uscirà la sua legge, la parola del Signore, la presenza di questi doni in mezzo all’umanità renderà possibile la giustizia e la pace tra gli uomini. Ascoltare la sua parola, osservare la sua legge, camminare sui suoi sentieri, questo significa andare incontro al Signore che viene, salire il monte del Signore. Solo in questo venire e andare è possibile una trasformazione integrale dell’umanità, è possibile cambiare strumenti di battaglia in attrezzi da lavoro, poiché non ci sarà la necessità, dove regnano i doni di Dio non c’è bisogno della guerra.
Ciò che il profeta aveva annunciato Dio l’ha realizzato, la Parola è diventata carne, le indicazioni della legge sono possibilità, lo spazio è diventato via dove attendere significa camminare, il Signore ci accompagna e ci precede attendendoci, attende il momento in cui siamo pronti per accoglierlo di nuovo, quando verrà per la seconda volta. Una nuova attesa di cui Gesù stesso ci ha parlato, prima della sua morte ci annunciato la venuta del Figlio dell’Uomo, non sapendo quando, poiché quell’ora non si può neanche immaginare, queste parole che ci ha lasciato sono diventate essenziali, fondamentali per la vita e la salvezza di ogni uomo. In un mondo assorbito totalmente da “cose umane”, “mangiare e bere, prendere moglie e prendere marito” è quasi assurdo pensare all’uomo senza queste cose che caratterizzano e definiscono la sua identità e la sua “umanità”. Queste parole di Gesù sono la luce tra le tenebre, la voce tra i rumori per l’uomo che vive nel mondo e nella storia del “non si accorsero di nulla”, in cui lo spazio e il tempo dell’attesa e della vigilanza è stato riempito, sono stati coperti gli occhi e le orecchie, non vedono non sentono e il cuore dell’uomo è diventato di pietra. Sono parole “ultime”, perché in “quell’ora che non immaginate” non ci sarà spazio e tempo nemmeno per fare questo. Anche lo spazio e il tempo saranno annullate per l’uomo, poiché la venuta del Figlio dell’uomo inghiottirà tutti e inghiottirà tutto come il diluvio. Il tempo e lo spazio saranno nelle mani del Figlio dell’Uomo che “prenderà” e “lascerà”. Poiché la sua venuta sarà improvvisa come un ladro di notte, l’ora non solo non si può calcolare ma addirittura non si può nemmeno immaginare, nelle mani dell’uomo non rimane che un’unica possibilità di partecipare a quest’evento: la vigilanza. La “selezione” che farà il Figlio dell’Uomo per cui uno verrà preso e l’altro lasciato dipende proprio da quest’atteggiamento, da quello che Paolo chiama “svegliarsi dal sonno”. La certezza che la notte sia passata e il giorno sia oramai vicino ci intima di gettare via le opere delle tenebre e indossare le armi della luce. Per fare questo è necessario rivestirsi del Signore Gesù Cristo, chi va con gioia incontro al Signore che viene è il credente che accolto il sacrificio di Cristo che ha trasformato il suo cuore, e da uomo nuovo ha finalmente il giusto rapporto con Dio.

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