Fuori dalla massa, per un'umanità nuova

Gesù guarisce un sordomutoIl commento alla Parola della Domenica a cura di don Stefano Ripepi
Leggiamo e ascoltiamo la parola di Dio più volte, e sappiamo che ogni volta che lo facciamo troviamo giovamento, e non solo perché abbiamo bisogno di sentire quella parola ancora una volta per convertirci, ma anche perché quella parola è talmente ricca che è sempre nuova e apre nuove possibilità. Non la ricerca di novità per saziare un intelletto assetato di sapere, ma un’originalità che si rinnova e costituisce l’umanità. Nella XIII domenica del tempo ordinario troviamo in modo esplicito questa indicazione rinnovante e costitutrice.


A una prima lettura la liturgia ci propone un episodio della vita di Gesù che di solito viene classificato come miracolo di guarigione, un oracolo del profeta Isaia e un insegnamento morale dell’apostolo Giacomo, già questi elementi parlano al nostro cuore e illuminano i nostri passi, ma forse c’è qualcosa di più profondo, di più fondante. Una lettura leggermente più attenta che non tralascia lo scorrere narrativo ci fa cogliere come il profeta Isaia accosta la vendetta all’agire divino e che l’evangelista Marco ci tiene a porre l’accento che Gesù porta il sordomuto lontano dalla folla prima di guarirlo, due elementi che potrebbero essere semplicemente funzionali alla costruzione discorsiva da una parte e narrativa dall’altra. Ma se per un attimo proviamo a togliere l’elemento dal brano evangelico e lo cambiamo nella profezia, allora ci accorgiamo che il discorso e il racconto non vengono modificati nella loro forma, quindi la loro presenza è strettamente legata alla sostanza, e nel nostro caso alla teologia, e per questo motivo ci chiedono un momento di riflessione più lungo.
Quando noi parliamo di vendetta, pensiamo a un’azione negativa, qualche volta violenta, nei confronti di qualcuno che ci ha fatto del male, nel brano del profeta indica l’agire di Dio, un’azione che il profeta specifica come prodigio salvifico, addirittura come atto costitutivo che ribalta completamente la situazione presente.
Una situazione d’impossibilità e sofferenza che non è conforme alla natura della creazione e delle creature, viene mutata, si potrebbe pensare a quest’atto salvifico come un’azione creatrice. Quest’indicazione ci aiuta a leggere anche la tensione nella pericope evangelica. Perché Gesù porta il sordomuto lontano dalla folla? Sicuramente non per sigillare il miracolo poiché la folla ha condotto il sordomuto e conosce le sue difficoltà e al ritorno potrà costare la guarigione. Gesù porta il sordomuto in disparte perché sta per compiere un atto costitutivo che richiama l’atto creativo originale, azione necessaria perché l’umanità ha perso la prerogativa dell’ascolto e della parola nel momento in cui ha abbandonato Dio. Conferma a questa lettura vengono dall’Antico Testamento e dallo stesso Vangelo di Marco. Al capitolo quattro, nel discorso parabolico, Gesù citando Isaia aveva rilevato la difficoltà dell’umanità “Al di fuori”: “Guardino, sì, ma non vedano, ascoltino, sì, ma non comprendano” (Is 6,9-10; Mc 4,12). Un’umanità che è diventata e che può sempre diventare come l’idolo in cui confida, per questo il salmo 115 è molto istruttivo: “I loro idoli sono argento e oro, opera delle mani dell’uomo. Hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchie e non odono, hanno narici e non odorano. Diventi come loro chi li fabbrica e chiunque in essi confida”.
È quest’umanità che ha incontrato e incontra Gesù Cristo, un’umanità che è diventata come i loro idoli, incapace di dialogare con Dio e secondo Dio. Questo ci racconta l’evangelista Marco che in due riprese narra come Gesù restituisce all’umanità la capacità di ascoltare, di parlare e di vedere, alla guarigione del sordomuto, infatti, segue la guarigione del cieco di Betsàida (Mc 8,22-26). Anche in questo caso Gesù per operare la guarigione porta il cieco fuori del villaggio, proprio per creare il riferimento tra l’atto sanativo e l’atto creativo genesiaco in cui Dio crea con l’umanità assente. È chiaro che nella continuità del vangelo di Marco le due guarigioni pongono fine all’incapacità dei discepoli e della folla di riconoscere Gesù come pane di vita.

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