La vita terrena è uno spazio temporale che Dio concede a ogni uomo per occuparsi dell’altro

riccoepuloneIl commento alla Parola della Domenica a cura di don Stefano Ripepi
L’indifferenza e l’egoismo non sono reati, in nessun ordinamento giuridico sono indicati come trasgressione alla legge e come tali non sono punibili. Nessun può toccare la “libertà” del singolo e tante volte quella della società costituita su questi valori e disvalori. Ma per il vangelo l’indifferenza e l’egoismo sono un male, un male che tocca l’individuo nel tempo presente e nel futuro, atteggiamenti che fanno male all’altro alla civiltà dell’amore e soprattutto a sé stessi.

Quello che da sempre ha insegnato la bibbia viene ripreso da Gesù e proposto con forza e urgenza ai suoi discepoli. Il pericolo di avere ricchezze e non saperle condividere con chi davanti a noi, “giacente alla nostra porta, si trova nel bisogno è sempre presente. Lo ricorda il brano evangelico della XXVI domenica del tempo ordinario tratto dal capitolo XVI del vangelo di Luca, se nella prima parte dello stesso capitolo Gesù attraverso la parabola dell’amministratore si soffermava sulla possibilità di agire attraverso la ricchezza altrui nel tempo presente, in questa seconda parte l’attenzione è rivolta all’insegnamento che deriva dalla conoscenza di non poter più agire “dopo questo tempo”. Sapere che “dopo” non è più possibile agire ci insegna a farlo ora e a riconoscere i segni che c’invitano all’azione, a saper donare quello che abbiamo, vincendo l’egoismo e l’indifferenza. La parabola di “Lazzaro e il ricco epulone” così com’è raccontata da Gesù, e riportata dall’evangelista, si può dividere in tre parti: la descrizione della situazione presente e delle condizioni dei personaggi; la situazione e le relative condizioni dei personaggi dopo la morte, il dialogo, tra Abramo e il ricco epulone, che dà ragione della realtà della situazione futura e delle cause delle sue condizioni, indicando nello stesso tempo come si possono evitare. L’inizio della parabola si ferma a descrivere i personaggi, il ricco, di cui viene taciuto il nome per permettere l’identificazione, e il mendicante, Lazzaro (Il Signore aiuta). Sembra che tra i due non ci sia nessun contatto, ma il narratore lo crea in modo sottile attraverso due indicazioni: “giaceva alla sua porta bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco”; “perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe”. La condizione di bisogno di Lazzaro è talmente visibile che anche gli animali gli vengono in soccorso. Il racconto è veloce, la morte mette fine alla prima situazione e alle prime condizioni, nel nuovo stato di bisogno il ricco “vede”, vede che l’altro, Lazzaro, in questa nuova situazione potrebbe fare qualcosa per lui. Questa nuova necessità e la relativa richiesta aprono il dialogo con Abramo, che da una parte sembra oscuro, dall’altra chiarisce l’essenziale. In un primo momento, infatti, sembra che le nuove condizioni non dipendano dalla volontà dei personaggi: “ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu invece sei nei tormenti”, in realtà in narratore non vuole dare una spiegazione sull’origine della povertà e della ricchezza dei personaggi, vuole, invece, far capire ai suoi interlocutori che queste due condizioni nel tempo presente sono funzionali l’una all’altra. Per far capire quanto questa condizione di vicinanza, di visibilità, tra il ricco e il povero sia una possibilità per entrambi, Abramo sottolinea, per contrasto, la mancanza di questa opportunità nella nuova situazione: “per di più tra noi e voi è stabilito un grande abisso: coloro che di qui vogliono passare da voi non possono, né si può attraversare fino a voi”. Questa impossibilità fa capire al ricco, e dovrebbe farlo capire al lettore, che la vita terrena è caratterizzata da uno spazio temporale che Dio concede a ogni uomo per occuparsi dell’altro, e se, come dice il Qoelet, c’è il tempo per ogni evento sotto il cielo, tutto il tempo è l’occasione per fare qualcosa per il povero che Dio mette davanti alla nostra porta. È questo, infatti che intende, ora il ricco, quando chiede ad Abramo di mandare qualcuno a casa di suo padre per ammonire i suoi fratelli. Non ha ancora capito l’ultimo insegnamento che Gesù affida nella parabola alle parole di Abramo: “Hanno Mosè e i profeti, ascoltino loro”, la conversione dei fratelli che permette di evitare l’inferno con i suoi tormenti, non dipende dalla visione di “uno che resuscitasse dai morti”, ma dal bisogno del povero che Dio ha messo davanti alla porta e dalla parola di Dio, l’unica capace di toccare il cuore come successivamente ricorderà l’evangelista alla fine del vangelo: “non ci ardeva il cuore quando lungo la via ci parlava e ci spiegava le scritture” (Lc 24, 32), e all’inizio degli Atti degli Apostoli: “All’udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore” (At 2,37). La ricchezza e il povero non sono altro che doni che Dio dà ad ogni uomo per uscire da sé stesso, dal suo egoismo e dalla sua indifferenza. Attraverso questa parabola le parole di Gesù nella sinagoga a Nazareth allargano il loro significato. “Lo Spirito del Signore è sopra di me, per questo mi ha consacrato e mi ha inviato a portare un lieto annunzio ai poveri”, per consegnare al ricco un povero come lieto annuncio. Nella misura in cui l’uomo è consapevole della sua debolezza, non basta la sicurezza a dare sicurezza e spensieratezza, ed è animato dalla certezza della giustizia e della misericordia di Dio, può scoprire l’autentico rapporto con il fratello, che come ci insegna il libro della Genesi, è una parola di Dio che continuamente viene pronunciata per noi.

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