L'amore si misura col perdono

L'adultera perdonata da GesùIl commento alla Parola della Domenica a cura di don Stefano Ripepi
“Gesù Cristo è il volto della misericordia del Padre. Il mistero della fede cristiana sembra trovare in questa parola la sua sintesi. Essa è divenuta viva, visibile e ha raggiunto il suo culmine in Gesù di Nazareth (Da Misericordie Vultus). La presenza del verbo incarnato ci dà la possibilità di sperimentare questo dono e di poterlo coniugare nella nostra vita, non solo in quest’anno giubilare, ma sempre. Com’è possibile farlo? E farlo tenendo conto delle modalità con cui il Figlio ci fa vedere il volto del Padre? Quali riferimenti ci danno termini affini o lontani al sostantivo misericordia, come condanna, giudizio, grazia, legge e salvezza?

Come sempre la parola di Dio ci aiuta, ci dà la sua luce e illumina il cammino che si apre, dà luce che ci spinge a percorrere la strada. Questi termini, infatti, sono presenti nel brano evangelico della V domenica di Quaresima dell’anno C, tratto dal capitolo otto del vangelo di Giovanni. Mentre Gesù è nel tempio e sta insegnando si avvicinano gli scribi e farisei che conducono una donna sorpresa in adulterio, l’intento è di mettere alla prova la sua autorità di Maestro, e per farlo si servono della donna, come se fosse un oggetto, e della legge di Mosè.
La situazione è chiara, la donna è stata sorpresa in flagrante adulterio, non ci sono dubbi sul suo peccato, così come non ci sono dubbi su quello che dice la legge in modo particolare il libro del Levitico (20,10) e quello del Deuteronomio (22,22-24). La prova mette in discussione la possibile interpretazione della legge, il gioco si poteva fare sul possibile errore che aveva portato alla denuncia del peccato oppure su una scappatoia, una possibilità che poteva fornire la legge, queste eventualità negate vengono messe davanti a Gesù attraverso una domanda secca: “Tu che ne dici?”. Se nell’intenzione degli scribi e dei farisei questa domanda doveva costituire la prova nel momento in cui Gesù la accoglie, diventa l’opportunità di aprire una strada nel mare e nel deserto, la possibilità di fare una cosa nuova, di compiere la legge e di plasmare un popolo nuovo.
Gesù è invitato a pronunciare qualcosa, per i farisei tutto dipende da quello che dirà. Nella prima risposta, indirizzata agli scribi e ai farisei, non discute la legge, ma chiede se c’è qualcuno “capace” di applicarla, nella seconda parte, in cui la donna diventa soggetto con cui Gesù si relaziona, solo apparentemente si situa a livello degli altri sull’incapacità di condannare: “Neanch’io ti condanno, aggiunge: Va e d’ora in poi non peccare più”. L’aggiunta finale ci costringe a rivedere le cose e a non tralasciare il gesto che Gesù compie prima e dopo la prima risposta, per non cadere nella tentazione che questa parola finale sia un semplice consiglio. “Il va non peccare più” è legato strettamente al “D’ora in poi”, l’incontro con Gesù ha cambiato la situazione della donna, non ricordare le cose passate, non pensare alle cose antiche, sono solo una parte della sua capacità di andare. L’altra parte è racchiusa in quel gesto, se siamo capaci di leggerlo non narrativamente ma anche teologicamente. Che il gesto vada di là dalla narrazione si capisce dal fatto che se per un attimo proviamo a toglierlo la struttura del racconto, non cambia e perché l’evangelista lo ripete per ben due volte, prima e dopo la risposta.
Per capire la portata del gesto a livello teologico – esistenziale è necessario fare alcuni riferimenti, al Vangelo di Giovanni e alla Sacra Scrittura in generale. “Perché la legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio nessuno l’ha mai visto, il Figlio unigenito che è nel seno del Padre e lui che lo ha rivelato” (1,17-18); “Dio, infatti, ha tanto amato il mondo da dare il suo unigenito Figlio, perché chiunque creda in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui” (3,16-17). Se a questi passi mettiamo vicini alcuni riferimenti dell’Antico Testamento, diventa più facile capire: “Allora il Signore Dio plasmo l’uomo con la polvere del suolo” (Gen 2,7); “Il Signore mi diede le due tavole di pietra, scritte dal dito di Dio” (Dt 9,10; Cfr. Es 31,18); “Quanti ti abbandonano resteranno confusi, quanti si allontanano da te saranno scritti nella polvere” (Ger 17,13); “Dopo quei giorni porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo” (Ger 31,33). Gesù la prima volta si abbassa per raccogliere la nostra umanità e ci aiuta a prendere coscienza del peccato, che la legge può solo denunciare, la seconda volta scrive nel cuore della donna, che è l’immagine dell’umanità, la legge di grazia che ci orienta alla salvezza. L’incontro con Gesù permette il cambiamento della persona e diventa per noi, oggi, il monito: “Va e non peccare più”.

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