Certamente camminiamo, ma chi stiamo seguendo?

Le orme nel cammino della vitaIl commento alla Parola della Domenica a cura di don Stefano Ripepi
Anche quando stiamo fermi la nostra vita è un andare, andiamo perché cerchiamo qualcosa o qualcuno che possa dare senso alla nostra vita anche al nostro stare fermi, perché in quello che facciamo vogliamo essere felici. La ricerca della novità e l’accumulo di cose e di esperienze ci possono dare l’illusione di essere andati verso la cosa giusta. Un cammino di crescita, di superamento dei propri limiti, di acquisizione di competenze per poter essere indipendenti o per poter essere di aiuto agli altri sembra qualcosa di più, ma in quel momento in quella presunta verità percepiamo il niente.

Viviamo la nostra vita in modo settoriale, come se l’accostamento di tanti pezzi potesse delineare l’immagine. Forse quello che manca veramente è il collante di tutti questi pezzi, non solo perché riesce ad unirli e a tenerli uniti ma soprattutto perché riesce a dare il senso di ognuno all’interno del mosaico. C’è una volontà, che non è un capriccio, ma un disegno di bene che appartiene a Dio, conoscere e realizzare questo progetto ci permette di riunire persone, cose e sogni e dare loro il posto giusto nella nostra vita, perché essi possano dare a noi la felicità.
Questo tipo di sapienza non è il risultato di uno sforzo umano, ma frutto di un dono di Dio, dato a chi si apre a Lui. Questa è la riflessione dell’autore del libro della Sapienza, che prende coscienza dei limiti dei ragionamenti umani, “A stento ci raffiguriamo le cose terrestri, scopriamo con fatica quelli a portata di mano”, e si apre alla sapienza divina, “Chi ha conosciuto il tuo pensiero, se tu non gli hai concesso la sapienza, e non gli hai inviato il tuo santo spirito dall’alto?”. L’apertura a questo dono raddrizza i sentieri di chi è sulla terra, ammaestra gli uomini e dona salvezza.
Ogni sapienza umana è attraente, ma se per la sua acquisizione basta la disponibilità al confronto, per quella divina è necessaria la rinuncia, non solo nella sfera materiale e razionale ma anche in quell’affettiva. Gesù Cristo sapienza incarnata attrae automaticamente tutti coloro che hanno la possibilità di incontrarlo, ma tra l’andare a lui e diventare suoi discepoli c’è una grande differenza. È Gesù stesso che parla con franchezza alla moltitudine di persone che gli si avvicinano. Il discorso è brevissimo, composto da due sentenze, ma chiaro e per alcuni aspetti sconvolgente. Entrambe le sentenze pongono al centro c’è la sequela, ma se la prima sottolinea l’inizio della sequela, “se uno viene a me”, la seconda si sofferma sul cammino, “viene dietro a me”. È evidente che la sequela richiede al discepolo decisioni forti e scelte concrete, “andare presso Gesù” significa eliminare tutti gli ostacoli che in qualche modo ci tengono ancorati, gli esempi possono essere tanti, ma citando la sfera affettiva Gesù li include tutti, poiché in questo ambito si trovano quelli più sottilmente pericolosi. Gesù non cita questi affetti perché li disprezza o perché le attribuisce poco valore, anzi, ma perché attraverso queste relazioni, che noi riteniamo fondamentali per la nostra vita, fa risaltare l’importanza assoluta della sua sequela. Solo davanti alla sequela di Cristo questi affetti possono perdere la loro posizione di rilevanza nella scala dei valori e delle priorità. La sequela non richiede solo la rinuncia di tali affetti ma anche l’accoglienza e lo sforzo di portare la croce. Anche in questo caso la richiesta viene qualificata e motivata dalla sequela, portare la propria croce, senza seguire Gesù, sarebbe solo una fatica inutile, un ripiegamento su sé stessi, una chiusura all’altro e alla vita, che contraddirebbe la sentenza precedente. La croce si porta per poter seguire Gesù, in questo caso è il dono della condizione.
In un secondo momento Gesù paragona la sequela a una costruzione e a una battaglia. Se a prima vista le due immagini potrebbero sembrare banali, abbiamo sentito talmente tante volte che non siamo più capaci di cogliere il significato più profondo, in realtà posseggono la capacità di far comprendere il dinamismo proprio della sequela e l’impegno continuo che richiede, sono capaci di fare vedere come nella risposta al progetto di Dio, Gesù Cristo, ci vuole tanta sapienza. La prima domanda retorica chiede all’aspirante discepolo di prendere coscienza dei beni posseduti e degli strumenti per affrontare “questa costruzione”, ciò non vuol dire che se non si ritrova il necessario deve rinunciare alla costruzione, ma la verifica della mancanza lo mette nelle condizioni di poterselo procurare prima dell’inizio. Quello che non deve fare è improvvisare, scegliere senza sapere cosa richiede la “costruzione” della sequela”. La seconda domanda retorica in certo senso specifica e completa la prima, la coscienza di non avere un numero sufficienti di uomini per affrontare l’avversario porta necessariamente a prendere la decisione migliore per avere la pace e conservare la vita. La frase finale sintetizza il breve discorso: “Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo”. Se Gesù avesse pronunciato solo questa sentenza avremmo potuto corre il rischio di pensare alla rinuncia in modo soggettivo e unilaterale, in questo modo, cioè pronunciata alla fine della pericope, e scritta in questo spazio del testo, ci fa capire che la rinunzia è qualcosa di più ampio e, nello stesso tempo, non è mai fine a sé stessa ma funzionale a qualcosa più grande che è la sequela.

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