L'uomo padrone delle cose rischia di perdere se stesso

Paperon De PaperoniIl commento alla Parola della Domenica a cura di don Stefano Ripepi
«Je Suis», «Io sono», «Io non sono», espressioni che manifestano la ricerca di un’identità, di una solidarietà o di una maschera? Nel rapporto con gli altri e con Dio il rischio che si può correre è proprio questo, non riconoscere la propria identità e la propria vocazione nella ricerca di una presunta solidarietà che molte volte va a finire in relativismo assoluto che si manifesta nella scelta della maschera di turno. Come se nella solidarietà non si dovesse mantenere, nello stesso tempo, l’identità e la coerenza.

«Dio sì è fatto come noi per farci come Lui», dicono le parole di un canto che spesso sentiamo nelle nostre chiese, la sua solidarietà si è manifestata nella nostra povertà, non nella nostra arroganza o peggio ancora nella nostra aggressività e mancanza di rispetto: «Gesù Cristo, da ricco che era, si è fatto povero, per arricchire noi con la sua povertà» (cf 2Cor 8,9). Di povertà e di ricchezza, di scaltrezza e fedeltà, ma anche di identità e vocazione ci parla la liturgia della parola della XXV domenica di questo anno liturgico. La frase finale che commenta la parabola è quanto mai provocatoria e, se staccata dal contesto, potrebbe essere fraintesa. Che cosa ci vuole indicare Gesù quando ci dice: «Procuratevi amici con l’iniqua ricchezza, perché quando essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne»? Ciò che urtano la nostra sensibilità sono le espressioni «iniqua ricchezza» e «ricchezza disonesta». Per capire è necessario allargare il contesto testuale. La parabola raccontata da Gesù è inserita nel capitolo 16 del vangelo di Luca, insieme alla parabola di «Lazzaro e il ricco epulone» e sembra quasi che Gesù le ponga in continuità con le parabole della misericordia in cui l’attenzione dei figli per l’eredità è posta in netto contrasto con l’amore gratuito e disinteressato del Padre. Aggiungendo queste due parabole Gesù anticipa una possibile obiezione dei suoi ascoltatori, ma anche del lettore: «La ricchezza, è un dato di fatto, è presente nella nostra vita, ci sono tante cose che non abbiamo creato né faticato, come dobbiamo usarla? O meglio, come dobbiamo viverla?
Il punto di partenza è dato ovviamente dall’incipit della stessa parabola: «C’era un uomo che aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi». I ruoli e le identità sono ben definiti, l’uomo ricco e l’amministratore, rimane in sospeso l’accusa, che cosa vuol dire «sperperare i suoi averi»? Questa possibile domanda resta appesa per tutta la parabola per fare posto a alla realtà dell’opportunità che viene data all’amministratore: «Rendi conto della tua amministrazione perché non puoi più essere amministratore». Questa è la vera possibilità che Dio dà a ogni uomo, l’opportunità della salvezza in Gesù Cristo che ci permette di amministrare ancora per un certo tempo. La misericordia di Dio continua, in questo caso si manifesta proprio in questo «tempo» che concede all’amministratore per rendere conto.
Seguendo la logica avrebbe dovuto denunciarlo e cacciarlo, visto che da quello che si percepisce dal racconto è certo della sua colpevolezza, ma secondo il paradosso della logica divina gli concede l’ultima possibilità di amministrare i «suoi averi».
L’amministratore, così come ogni uomo, si trova costretto dalla necessità a operare per quello che in grado di fare, non zappare o chiedere l’elemosina ma amministrare, riscoprire la propria vocazione e orientarla in modo diverso: «Perché quando sarò allontanato dall’amministrazione ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua». Il padrone loda l’amministratore non per la sua disonesta ma per la sua scaltrezza, in questo caso la scaltrezza corrisponde per contrasto allo sperpero che aveva caratterizzato l’amministrazione precedente. È solo ora che veniamo a sapere che lo sperpero non era inteso come un danno recato al padrone, ma come un danno provocato al futuro dello stesso amministratore, sperperare significa non saper usare i beni che Dio ci ha dato per la salvezza eterna. I beni che Dio consegna all’amministrazione di ognuno di noi servono per procurarsi degli amici che ci accolgano nelle dimore eterne. La tentazione dello sperpero è quella di pensare che la ricchezza disonesta non verrà a mancare eche la ricchezza iniqua sia quella vera, cioè scambiare lo strumento con la meta, e legarsi ad essa fino a diventare suoi servi e disprezzando Dio. Ci è stata affidata, e ci viene affidata, una ricchezza, che verrà a mancare, ma se siamo e saremo fedeli, cioè se sappiamo e sapremo amministrare questa ricchezza senza sprecarla, orientandola a farci amici che ci accolgano nelle dimore eterne, allora ci sarà data quella nostra quella vera.

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