Libertà di scegliere, libertà di credere

Il commento alla Parola della Domenica a cura di don Stefano Ripepi
“Per la libertà, Cristo ci ha liberati” (Gal 5,1a). S. Paolo scrive questa frase nella lettera ai Galati dopo aver dimostrato nei primi quattro capitoli che noi siamo stati liberati esclusivamente da Cristo, una libertà che necessariamente ha un legame con la liberazione avvenuta. La frase stessa è talmente vera che può essere estrapolata dal contesto e assumere il valore di un principio generale che si può applicare in ogni dimensione della vita dell’uomo.

Molte volte noi pensiamo alla libertà come possibilità puntuale, l’uomo libero da qualsiasi vincolo è capace di scegliere quello che vuole, relegando la libertà stessa come una semplice scelta, in realtà nella frase di S. Paolo il concetto di libertà si amplia, si parla di esercizio della libertà. La libertà non è solo la scelta puntuale, questo è solo il primo passo, ma un atteggiamento continuo e vitale che ci permette di continuare a vivere in ciò che ci ha reso liberi e che ora ci permette di restare liberi. La stessa scelta puntuale è una scelta libera solo se non ritorna alla schiavitù precedente.
Quanto conta il concetto di libertà con la festa liturgica dell’Ascensione? Tanto se il punto di partenza per comprendere e vivere questo mistero di Cristo e la domanda che in parte inconsciamente ci poniamo: perché dopo la risurrezione e le apparizioni Gesù ci lascia? Non sarebbe stata più facile la fede e la vita stessa con Lui accanto ad aiutarci e a farci comprendere e confermare le sue e le nostre decisioni? Forse il periodo della storia della salvezza che inaugura l’Ascensione è un periodo caratterizzato dalla libertà non perché Gesù è assente ma perché è presente in modo diverso, come una mamma che accompagna i primi passi del figlio che stacca le sue braccia dalle mani del figlio, per permettergli di camminare da solo, ma le braccia rimangono tese pronte ad afferrarlo nel momento in cui sta per cadere.
La liturgia della parola ci parla dell’Ascensione attraverso la lettera agli Efesini e due narrazioni dell’evento: il vangelo di Marco e gli Atti degli Apostoli. In entrambe le narrazioni l’evento viene presentato come l’inizio di un periodo in cui i discepoli senza la presenza fisica e visibile di Gesù devono testimoniare il Vangelo che è Gesù fino ai confini della terra, i discepoli sono inviati a portare la buona novella a ogni creatura. Il mandato che caratterizza questo periodo è talmente importante che Gesù stesso lega la salvezza e la condanna di ogni uomo all’accoglienza di quest’annuncio: “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo, ma chi non crederà sarà condannato”. Non è un periodo di ricerca per sapere quando Dio ricostruirà il suo regno, ma un periodo in cui ogni uomo possa, attraverso l’annuncio e la testimonianza, sapere che il regno è iniziato e liberamente entrare. È, infatti, questo il periodo della libertà, la libertà che nasce dall’ascoltare l’annuncio che solo rende liberi, ma soprattutto il periodo dell’esercizio della libertà che si vive nel momento in cui si capisce che Gesù ha affidato a te, proprio a te quello che il Padre ha affidato a Lui.
La libertà che sperimenti nel momento in cui eserciti pienamente la responsabilità di annunciare e testimoniare colui che ti ha liberato e che rende possibile l’esercizio di questa responsabilità. Per darci questa possibilità di vivere pienamente questo dono Dio stesso ha creato la situazione relazionale adatta all’esercizio del dono, la presenza-assenza del Figlio. Solo in questo modo dopo averci donato la libertà poteva continuare a garantirla. Com’è possibile garantire la libertà attraverso l’assenza? Alcune indicazioni: il dono dello Spirito santo, il potere di operare prodigi che confermano la testimonianza e la parola e la certezza del suo ritorno. Ascendendo in cielo ha portato con sé i prigionieri, ha lasciato uomini liberi distribuendo loro dei doni di libertà. “E Lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri, per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo, finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio”. (Ef 4,11-13).

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